Sono nell'imbarazzo più totale.

A volte, succedono cose strane, un pò surreali, lì per lì le vivi, ma sei troppo preso nella tua corsa giornaliera per ragionarci su. Poi, molto spesso, per caso, ecco che la situazione ti si ripresenta e tu, volente o nolente ci devi ragionare.
Innanzi tutto, MEA CULPA.
Io sono poco fisionomista di mio con i "nostrani", figuriamoci con le persone di colore. A meno che non abbiano una pettinatura particolare o un accessorio, che so, un paio di occhiali, una sciarpa, al limite una barba, per me son tutti uguali, non so manco riconoscere i giocatori della Scavolini Basket quando li vedo dal vivo in allenamento! ( segno particolare: altissimi)
Poi di mio c'e' la tendenza a non guardar mai subito in faccia le persone perchè in fondo in fondo ho sempre paura che mi venga fatta la solita vecchia domanda: -"ma cosa hai fatto all'occhio?". E dopo il mezzo secolo passato a spiegare il perchè e il percome ho finito la buona creanza, quindi bianchi neri, gialli e multicolor, mi dicono che tengo sempre il viso reclinato un pò a 3/4.
Fatta la precisazione, un bel respiro e coraggio, raccontiamo il fatto.
Un paio di mesi fa, in attesa che aprisse il distretto sanitario eravamo in fila già alle 7.15 almeno tre persone. Arriva un ragazzo di colore che si guarda intorno, controlla l'orologio al polso, guarda noi sconsolati al freddo ed essendo io l'ultima della fila, mi chiede se l'apertura viene fatta in orario o gli operatori tardano perchè anche lui è in fila come noi per fare le analisi ma alle 8,00 dev'essere al lavoro.
Gli rispondo che solitamente non ci sono problemi, anzi, se possono, aprono anche prima dell'orario riportato sul cartello, che aspettasse pure, secondo me ce l'avrebbe fatta a far le analisi e rispettare l'ingresso al lavoro.
Magari s'aspettava solo un "si" o un "no", tutto 'sto discorso l'ha spiazzato, cosi mi comincia a raccontare dove lavora (conosco la ditta, non dice balle), che è qui da anni con moglie e tre figli. Allora io gli dico, che io ne ho quattro, di figli, e lui mi fa: "ma sei ITALIANA?" e in quella domanda sottintende un mondo di stereotipi: principalmente, in questo caso, che la coppia italiana è monofiglio. Io gli rispondo di si, sorridendo. E lui incalza: Ma...anche tuo marito e' italiano?" e io sempre più divertita a dirgli di si!
Arrivano l'infermiera e l'impiegata, aprono la porta, ci trasferiamo al calduccio del distretto sanitario e ci dividiamo, io in fila per ritirare il referto, lui davanti alla porta dell'infermiera. In pochissimo ci sbrighiamo entrambi e ci ritroviamo all'ingresso. "Tutto bene, allora?" -gli faccio io. "Si, grazie"-risponde lui-"per domani le analisi sono pronte!" (anzi visto che la sua pronuncia è quella che è, le analisi sono BRONTE).
Faccio per andare via e lui mi fa:-" MI SCUSI? POSSO CHIEDERE UNA COSA? LEI LAVORA con la gente, VERO?" Beh, si e gli dico pure dove, e aggiungo: "Ma da cosa ha capito che lavoro a contatto col pubblico?"
E lui, spiazzandomi : "L'EDUCAZIONE CON CUI MI HA PARLATO!"
Sarei falsa se negassi che la cosa mi ha fatto un immenso piacere.
Ognuno per la sua strada....
Oggi, la figuraccia..sto arrivando in bici di scaranata, tanto per cambiare, e qualcuno mi taglia la strada.
Io inveisco con la faccia più truce del repertorio e lui serafico: -" MA ALLORA ANCHE LEI QUALCHE VOLTA NON SORRIDE!" oOOOps! Era l'africano del distretto sanitario, non mi aveva tagliato la strada, s'era fermato per salutarmi.
E IO MANCO L'AVEVO INQUADRATO... Ah mea culpa, mea culpa ( e anche un paio di occhiali nuovi, ve'!)


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