SOLA
Bisogna sempre sapere quando una fase giunge alla fine.
Concludere un ciclo, chiudere un uscio, terminare un capitolo: non importa come lo si definisca, ciò che conta è lasciare nel passato quei momenti di vita che sono finiti. ("Lo Zahir" di Paulo Coelho)
Devo farcela, devo riprendere il filo interrotto il 16 giugno. E pensare che avevamo trovato motivo di divertimento anche in ospedale. Perché abbiamo seguito le elezioni in diretta tramite computer, perchè in fondo era andato tutto bene e già si pensava al giorno delle dimissioni e come organizzarsi nella vita di tutti i giorni, e già stavo valutando se chiedere un part time per evitare i rientri pomeridiani e dividere le mie ore fra casa mia e casa della mamma...e ci siamo salutate quella mattina con tutte le cose da fare nel giorno libero (il cambio delle camicie da notte, portare i settimanali preferiti, il phon per fare la piega ai capelli, andare a fare il pap test, il tutto entro le 11 per essere di nuovo in ospedale) E POI...
Tutto è cominciato durante l'inverno, con lei che continuava ostinatamente a vivere nel ricordo del babbo, e nonostante tutto, anche se c'eravamo io e la mia famiglia, più di tanto non si interessava al vivere d'ogni giorno.
Aveva anche smesso di leggere i libri, il quotidiano, giusto i due settimanali preferiti da sempre "Confidenze" ed "Intimità", anche la televisione le metteva tristezza, a suo dire solo e sempre brutte notizie; si facevano progetti come di consueto per l'estate a Sestino, con quel senso soffuso però di pena per la scomparsa del babbo e neanche l'entusiasmo dei nipoti la contagiava un po'. E si che di cose ce n'erano! Tra lo sport e la scuola, gli impegni non son mancati, ma per ogni occasione d'uscire, c'era sempre la scusa pronta, e più di tanto non potevo insistere senza rischiare di discutere e vederla mettere su il broncio come i bambini.
Vederla così "spersa" alla fine mi aveva fatto decidere di prendere la situazione in mano ed obbligarla quasi ad andare dal medico di famiglia se non altro per avere quell'impegno di prepararsi, uscire e farsi controllare fosse solo la pressione e poi, una volta fuori, magari andare a fare la spesa o andare a prendere un caffè noi due, mamma e figlia.
Abbiamo quasi litigato in presenza del medico; lei che continuava a dimagrire, senza capire il perché, rassegnata, stanca, con qualche giornata dove ritornava la donna di sempre e io a dividermi di nuovo come tre anni fa, fra casa mia e casa dei miei.
Da aprile in poi la vita è stata un susseguirsi di visite ed analisi, sempre più importanti, sempre più invasive. Trasfusa ad ematologia, passa indenne la gastroscopia d'urgenza, seguita dalla colonscopia, e lì il primo pit-stop. C'è un problema e si rischia l'occlusione intestinale e solo una dottoressa che di cognome poteva far solo "Miracolo", riesce a darmi la notizia con una umanità ed una partecipazione manco fosse stata la sua, di madre. E praticamente subito ci ritroviamo nel giro del prericovero a Rimini. E si va avanti, c'è la tac, c'è la visita cardiologica, c'è il colloquio con l'anestesista c'è l'ufficio, ci sono le gare di pattinaggio, il musical della scuola, la cresima. Mi sembra di essere la pallina (impazzita) di un flipper, corro di qua e di là, piango in macchina da sola come ai tempi della malattia del babbo, sorriso e serenità al front office, pianti e sfoghi con la mia collega, ormai il rosario s'allunga e si aggiorna: sideral-tareg-lanoxin-metformina-lobivon-eutirox-luvion-lasix e le punture giornaliere di clexsane che ormai scandiscono la vita di tutti noi.
Ma siamo fiduciosi per la cresima di Caterina, le figlie grandi danno il meglio di loro e vien fuori una festa bellissima, di quelle old time, tutto in casa, dal pranzo alle bomboniere fatte a mano e mia mamma felice ne parlerà per giorni a tutti quelli che le capiteranno a tiro durante le attese nelle sale d'aspetto del percorso che a giugno la porterà al ricovero e all'operazione, che va anche meglio delle aspettative, la mamma esce dall'anestesia senza neanche una puntatina in rianimazione. Operata al mattino, alle 14 è in reparto, intontita, ma sveglia.
Il chirurgo mi dice però che mamma ha il fegato distrutto dalla cirrosi epatica e la mia prima reazione è di offesa: -"Mia madre? MA SE E' ASTEMIA!"
Ci vuole tutta la sua pazienza per spiegarmi che forse tutto risale alle trasfusioni di più di cinquant'anni fa, che, come mi sono sempre sentita raccontare, mia madre ricevette da tutta la caserma di Castelraimondo, durante e dopo il parto. I controlli erano allora, quelli che erano, cara grazia se le cose sono andate bene fino ad ora e che comunque aver scongiurato l'occlusione intestinale è una salvezza, il resto verrà a poco a poco. Io stessa mi ritrovo a balbettare che la cosa di primaria importanza è che lei non soffra.
E intanto rientro in camera, sorridendo e scherzando sul fatto che avrei voluto "beccarla in flagranza di reato" che magari ancora con gli strascichi dell'anestesia, che so, sentirla nominare un'antico fidanzato, ma nulla di tutto ciò, anzi lei insiste con tutti che vuole votare per i referendum e vuole votare tutti SI. ("Ma, mamma! Il voto è segreto!" -"Chissenefrega, io voto Si e lo dico!")
Ci riesce, è contenta, pian pianino recupera l'uso degli intestini e ricomincia a mangiare, ormai è quasi una settimana che è ricoverata, e già si ragiona se l'avrebbero fatta uscire di sabato o di lunedì. Il mercoledì sera, passeggiatina fino in fondo al corridoio, per digerire la cena, la sfotto io, e lei pianino pianino raggiunge il fondo del corridoio, e addirittura passiamo a salutare due signore nelle loro camere. Sono incredibili, profonde e violente queste conoscenze casuali che nelle lunghe ore di degenza diventano amicizie confidenziali.
La sera, nel letto, nonostante il reparto sia climatizzato, le prende un po' di smania. Ci avevo anche scherzato su Facebook, quando mi collegavo per parlare con skype e dare la buonanotte a marito e figli, mamma che con il suo "uh-Dio-uh-Dio" ormai da anni, non sapevi mai se era un tormentone o veramente l'espressione di un malessere. E così anche per quella notte, scandita dai controlli delle infermiere, un po' di ossigeno per respirare, stare seduta sul letto perché a suo dire il materasso le "infuocava" la schiena, eravamo comunque arrivati all'alba.
Alle sette del mattino l'ho salutata dopo aver fatto il piano delle cose da fare, anche passare a casa a dare un occhio visto che "oggi è mercato e non si sa mai se qualcuno s'intrufola sulle scale del condominio", un bacetto e la promessa di essere lì almeno per le undici, tanto in ogni caso avrei fatto in tempo ad arrivare prima che passassero a distribuire i pasti.
In macchina, come sempre un pianto liberatore, arrivata a casa, le cose di corsa, una doccia, il pap test prenotato da mesi, la furbata di lavare le camicie da notte ed asciugarle in auto, tanto era così caldo che nel giro di un'ora sarebbero state asciutte, alla faccia dei cassetti pieni di biancheria che mamma aveva a casa per il "non si sa mai" e comunque al momento nella top ten della biancheria, erano quelle due sole e nessun altro tipo di camicia da notte che lei avrebbe voluto indossare.
Eccomi di nuovo in macchina, ormai la Picanto ci va da sola in ospedale, che strano sia ieri, data quindici, giorno che è morto il babbo, sia questa mattina, il sedici, mi capita di ascoltare la canzone di Max Pezzali "Il mio secondo tempo".
Ma intanto il telefono suona, avendolo in modalità silenziosa non lo sento, me ne accorgo solo quando mi vibra nelle mani è la seconda chiamata e io son già dentro l'ospedale. Rispondo al numero che vedo nel display e capisco che è un centralino, ma non è l'ufficio, mi risponde l'infermiera di chirurgia e le dico che sono agli ascensori, sto arrivando, eccomi e ecco anche lei che mi aspetta, mi prende per mano e mi dice che la mamma ha avuto un problema.
Mi ha detto così, poi? Esattamente non lo so, credo mi abbia detto così, ho ancora un momento di black out, non mi ricordo tutta la sequenza dei fatti, quando mi soffermo a pensarci, a volte mi viene in mente una cosa, una volta me ne viene in mente un'altra. Comunque qualcuno mi ha spiegato, qualcuno mi ha abbracciato, a me pareva di stare a vedere un film.
Alla fine eccomi in camera dalla mamma. Le hanno già lavato i capelli, e io con questo phon in borsa che cavolo ci faccio, adesso? Le scosto il lenzuolo, non la voglio vedere con lenzuolo sul naso, le dà fastidio, non hanno visto che ha del sangue rappreso nelle narici? Mi viene quasi rabbia mi viene voglia di dirle : "Ma si fa così? Mi lasci senza dirmi una parola, un qualcosa a cui attaccarmi, un'ultima raccomandazione?" In fondo non ci capisco più nulla, entra un'infermiera giovane giovane, mi abbraccia e scoppia a piangere con me, mi chiede cosa voglio fare degli oggetti personali della mamma. Non lo so, non lo so davvero, io voglio la mamma, non i suoi oggetti! Guardo il suo bastone, guardo la dentiera, depongo sul letto la foto del babbo e il suo libro di preghiere poi rispondo di portare via tutto il resto. Arrivano due infermiere dell'obitorio, coprono mamma con il lenzuolo e ce ne andiamo di sotto, loro due che spingono il letto io con i panni e la borsa in mano, ancora con le riviste fra le mani e intanto ho già aperto il computer, telefonato a Sestino fatto, organizzato, predisposto, come se fossi in ufficio, cavolo non sta succedendo davvero, non può succedere tutto questo a me.
E lo strazio più grande è uscire dall'obitorio, vedere i carrelli del pranzo che stanno arrivando ai reparti e c'è questa voglia di correre indietro, reset, voglio tornare di sopra, devo dare da mangiare a mamma.
Sono sola. Adesso non ho più la mia famiglia d'origine. Non riesco a piangere, non riesco a disperarmi, son li poco lucida che organizzo il funerale e mi scordo di telefonare ad una buona parte delle nostre conoscenze. Ti porto a Sestino dal babbo, è questo quello che volevi, adesso ti portiamo su, e intanto faccio, dico, smuovo, ma non sono io.
Il mercoledì successivo, chiedo ad un conoscente se posso passare due ore solitarie nel suo centro benessere, sembra assurdo, ma finalmente li, da sola, mi metto in acqua e mi faccio cullare dalla musica, dall'acqua e sto ad occhi chiusi per tantissimo tempo, senza aver più la forza neanche di pensare, e finalmente, misericordiosamente, il pianto liberatorio, quello che ti fa urlare e singhiozzare e per fortuna che son da sola, in mezzo al vapore, agli effluvi dell'aromaterapia. Non sarà stato molto ortodosso, ma se non altro, è servito.
NON MI E' PIU' RICAPITATO DI ASCOLTARE LA CANZONE DI MAX PEZZALI.

Da tanto tempo penso e temo il temo in cui potrò trovarmi in quella situazione..
RispondiEliminaChe poi, il tempo è sempre o è mai.... ma chissà perché come dici tu si tende sempre a pensare/sperare che sia dopo domani ancora. Tu sei un'anima meravigliosa con dentro un mondo fragile profondo che hai permesso a pochi di vedere perché forse, più per convinzione tua che per quello che davvero si aspettino gli altri, hai sempre mostrato la tua Firza e il tuo essere punto di riferimento per tutto e tutti... e lo hai fatto anche con me ...quell'istante che io non dimenticherò mai. Hai trovato il tempo anche per noi. Ti stimo, ti ammiro e ti voglio un bene che non si spiega, anche da qui, anche vedendoci poco certi legami rimangono, oltre. Poi lo sai...è già capisco di dirtelo, ripetertelo è solo una gioia. Simo