Vita nuova
Ci sono dei cerchi che quando si chiudono, improvvisamente il dolore sparisce e si rinasce a vita nuova, così, con lo stupore del bimbo appena nato che, dopo il travaglio della nascita, apre gli occhi e si trova non più avvolto nel liquido amniotico nel grembo della madre, bensì fra le sue amorevoli braccia e in ogni caso ne percepisce la continuità, e si abbandona sicuro e rilassato a tutto quel che succederà poi.
Così è successo a me.
Sere fa.
Mi rendo conto che è il tramonto del mio ultimo giorno di permanenza a Potenza Picena. Terminati gli esami di quinta elementare, già percepivo il distacco; avevamo condiviso ogni cosa, ma le mie compagne avrebbero frequentato le scuole medie senza di me. Ormai avevamo salutato tutti, avevo dato a tutte le mie compagne di scuola i fogliettini con il mio indirizzo nuovo, c’era stati pranzi e cena d’addio, credo che gli ultimi due mesi, giusto la colazione a casa siamo riusciti a consumare!
Oggi come allora, forse quasi allo stesso momento, stavo contemplando il magnifico tramonto col mio occhietto miope, mentre quello cieco, beato lui, che non sa di colori e tramonti poco importa. Per 17897 giorni mi sono portata appresso una pena assopita e nascosta, tutti gli anni mio padre non mancava di dire in casa a me (e a mamma) il primo luglio: “Ti ricordi che oggi è il giorno che siamo arrivati a Gabicce Mare?” Certo, per forza e chi dimentica l’ultima passeggiata al Pincio, il gelato della Vera, la bici già sul camion, i mobili imballati, le nostre voci che rimbombavano nel silenzio delle stanze vuote dell’alloggio di servizio.
Non andammo a dormire all’Albergo Centrale, l’ultima notte la trascorremmo nell’alloggio di servizio tutti e tre nelle scomodissime reti che comunque facevano parte “dell’accasarmamento” con le coperte militari, buttate su tanto per attutire il ferro dei letti, ognuno immerso nei suoi pensieri, un misto di pena e curiosità.
Avevo riempito l’occhio di rondini che garrivano, della luce calda del tramonto che accarezzava le vecchie mura, e tentavo di dormire.
Ci assopimmo, sicuramente, ma alle 4,30 era prevista la partenza, per arrivare di primo mattino nella nuova sede.
Fu un bene partire mentre Montesanto ancora dormiva. L’ultimo ricordo fu il rintocco delle campane della torre civica che scandivano le ore e i quarti.
Addio.
MA…
Siamo nel 2019! Sono tornata qui, radicata anche più forte di prima, consapevole che da qui non partirò mai più, neanche da morta.
In quel momento realizzo che quella bambina triste, mi sta salutando per sempre e mi volto a guardare con affetto mio marito, l’artefice di tutta questa nuova felicità ritrovata e lo abbraccio e lo bacio e lui non capisce, ma tanto ormai è abituato ai miei scatti d’umore e non mi chiede nulla, ben sapendo che poi, con calma gli racconterò il corso dei miei pensieri.
E gli ho raccontato di quella bambina che, arrivata a Gabicce Mare, frastornata dal viaggio e da una confusione che non conosceva ancora, ma con la quale avrebbe fatto i conti gli anni a venire, dettata dalla stagione turistica che era tanto prepotente ed intensa d’estate con le strade e la spiaggia ingombre di gente di ogni nazionalità, per poi spegnersi a fine settembre, e tutto diventava silenzioso e deserto, con il nautofono nei nebbiosi giorni invernali che lanciava il suo richiamo per segnalare l’imboccatura del porto.
Intanto ero lì, scesa dalla macchina, senza sapere cosa fare. I miei genitori mi dissero di stare buonina con il cane e di non allontanarmi mentre loro si occupavano del trasloco.
Tanto perché sono una che non ha mai obbedito del tutto, me la svignai verso la spiaggia, ma da lì a poco persi l’orientamento e andai in panico. Entrai in una tabaccheria e chiesi alla signora con un viso serio e compunto se mi avesse potuto indicare la caserma dei Carabinieri. La signora mi guardò con curiosità e mi chiese il perché ed io, molto candidamente le dissi che mi ero persa.
Mi ricordo ancora la faccia preoccupata della signora, che chiaramente, scambiandomi per una villeggiante, mi chiese se almeno ricordassi il nome dell’hotel o della pensione in cui alloggiavano i miei genitori. O forse ero in una casa privata?
Le risposi che i miei genitori mi aspettavano in caserma, (sicuramente, accrescendo la sua curiosità), ma nel frattempo, essendo arrivati un gruppetto di tedeschi che volevano pagare cartoline e sigarette, la signora si limitò, suo malgrado e assicurandosi che avevo capito bene le indicazioni, ad indicarmi la strada e scoprii che ero…a meno di cento metri dalla Caserma.
Seduta sugli scalini, col cane in braccio, intanto pensavo alle mie compagne di Potenza Picena, ormai tutte si saranno alzate, fatto colazione e chi sarebbe andata al mare, chi rimasta in casa ad aiutare la mamma, insomma ognuna nelle proprie attività.
Chissà se stavo mancando loro, come tutte loro mancavano a me?
E poi la vita, la curiosità del posto nuovo, le prime conoscenze (un trauma: arrivarono tre ragazzetti che mi chiesero se avessi dei fratelli e risposi che ero figlia unica, mi dissero con un certo disprezzo che il Comandante precedente aveva due figli maschi, e questo nuovo, beh, aveva solo una femmina?)

Dopo una settimana mio padre prese servizio nella nuova sede, il trasloco era completato e io soffrivo di nostalgia.
Dopo un mese, in agosto, mio padre prese due giorni di permesso per permettermi di tornare a Potenza Picena, preoccupato dal vedermi silenziosa sul terrazzo della mia nuova camera a guardare il vuoto.

E poi, lentamente, con tanta pazienza e ragionamenti, mio padre mi fece comprendere che avrei dovuto rassegnarmi.
Così chiusi i ricordi nel cuore e buttai via la chiave.
Dopo cinquant'anni ho spalancato di nuovo quella stanzina polverosa nel mio cuore, piena di immagini nitide, mai confuse, di volti e di nomi, persone con le quali, bene o male non avevo mai interrotto del tutto i rapporti.
Primo luglio 2019, inizia una storia nuova, i ricordi di Potenza Picena ora comprendono anche mio marito, i miei figli. È una sensazione fantastica!


Commenti
Posta un commento