LAURA






Cara Luisarita..sei semplicemente grandeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee!!!!! Grazie essere venuta a trovarmi......ma come ca@@o abbiamo fatto a perderci di vista per tanti anni !!!”

“allora, diciamo che abbiamo dato 40 anni deL NOSTRO TEMPO all'amore, alla famiglia ai figli e alla vita che ci ha fagocitato abbastanza, ora E' ARRIVATO IL MOMENTO DI RIAPPROPIARCI DELLA NOSTRA AMICIZIA”

“Ci sto !!!!


E questo è quanto ci siamo scritte su Facebook, a patto di un nuovo capitolo delle nostre vite. Nuovo? Oppure è la conseguenza che tutto gira e ad un certo punto il cerchio si chiude e ritrova il punto di partenza?
Ci stavo pensando proprio stamattina mentre ero fuori con Max (che poi anche lì non è ben chiaro il concetto: sono io che porto fuori lui, o lu canittu che mi impedisce di impigrirmi?)
Ragioniamo. Noi ci siamo lasciate di netto nel momento più bello, quello dell’infanzia. Ognuna ha vissuto la propria adolescenza in proprio. Ci siamo scritte qualche volta, si, ma non era la stessa cosa. Essendo piccola e dovendo dipendere dagli altri, qualche volta sono tornata con i miei genitori, ma comunque sempre legata ai loro orari e ai loro giri.
Ricordo una domenica pomeriggio al cinema, e poi il taglio di pizza bianca, ma poi c’era l’appuntamento “su’ ppiazza” e mentre le altre se ne tornavano a casa a piedi, pure io tornavo a casa, ma in macchina ad un’ora e mezzo da lì. Così non mi ambientavo “di qua” e non riuscivo a staccarmi “da là” e insomma, alla fine ci si misero di mezzo anche i professori della scuola media. Come? Arriva con un curriculum di tutto rispetto dalle elementari e poi a scuola fa un tonfo da paura? Ai colloqui fu detto ai miei genitori che sarebbe stato auspicabile un mio rapido adattamento nel nuovo ambiente; una volta adattata sicuramente le cose sarebbero andate meglio.
Ma io non mi adattavo e me la prendevo con i miei, facendogliene di tutti i colori, anche perché ogni giorno m’inasprivo di più. Ero stufa di essere “quella strana”, quella “di fuori”, quella che ridendo e scherzando si ritrovava sempre le bucce dei mandarini e le carte delle merende dentro le tasche del cappotto. Io amavo QUEL coso nero, era stato ricavato da un vecchio cappotto d’ordinanza di mio padre, ma qui non era apprezzato.
Cercando di farmi incontrare la benevolenza della nuova classe, i miei mi comprarono un cappotto nuovo, bello, alla moda. Io lo indossai ma me lo sentii un po’ come “un calare le braghe” e se effettivamente allora con l’indumento nuovo cominciai a incontrare di più,io iniziai a mostrare una doppia faccia, allegra e scherzosa in compagnia, ma molto critica e severa nei confronti di quelle che si professavano amiche. Si, si amiche un corno, voi guardate un po’ troppo l’esteriorità e vi piace che in italiano scrivo i temi a mezza classe, ma quel che sono io, realmente non vi interessa, proprio no!
Un altro fattore mi ha tenuto lontano per tutti questi anni. Giustamente chi aveva occupato il posto di mio padre doveva poter svolgere il suo lavoro senza sentirsi paragonato al predecessore. Non sarebbe stato bello e corretto stare sempre lì tra i piedi, né per lui, né per le persone del paese, e tanto meno per noi. In fondo la nostra vita era questa...uno “zingaraggio autorizzato”.
Ammetto che questo concetto l’ho capito dopo, molto dopo, quando anch’io, ormai inserita nel mondo del lavoro, ho dovuto sgomitare per farmi conoscere e apprezzare, allora mi sembrava un’esagerata forma di rispetto, adesso capisco la profonda intelligenza dei miei genitori.
Così abbiamo vissuto distanti, come due binari che marciavano paralleli ma non si incrociavano mai. Sapessi quante volte vi ho pensato come quando durante l’ora di italiano, dovendo leggere un brano di Verga dall’antologia, la prof decise i gruppi e a me mi fu detto : - “E questa frase in dialetto la leggi tu che la rendi meglio” e io risposi piccantissima che vabbè, non ero gabiccese, ma non avevo comunque niente da spartire con la Sicilia!
Oppure vogliamo parlare del giovedì santo del 1971, quando guardai dritto negli occhi mio padre e gli dissi: “Oh, ma qui non usa fare la visita delle sette chiese? E noi adesso, che facciamo?”
E lui per rimediare almeno le sette chiese della tradizione mi scarrozzò fra Gabicce-Gradara-Gabicce Monte-Cattolica e comunque non era assolutamente la stessa cosa?
Poi nel 1975 mi accorsi di essermi ormai adattata anche se comunque in casa fra di noi parlavamo con rimpianto di Potenza Picena, delle sue tradizioni, del fatto che la vita era comunque sempre la stessa, con le sue feste e le sue ricorrenze e non come qui scandita da un “mostro” chiamato STAGIONE.
L’anno dopo, ricordo perfettamente pure la situazione, era un sabato piovosissimo e io, seduta di traverso sulla poltrona della sala mi divorai in un solo pomeriggio tutto il libro “RADICI”, lacrimando sulla sorte di Kunta Kinte soprattutto quando lessi il paragrafo dove lui, contando i sassolini nella zucca che gli faceva da calendario, si rende conto che aveva vissuto più anni da schiavo che da uomo libero. Fatte le debite proporzioni me lo sentivo molto affine.


E poi, vuoi sapere una cosa? Probabilmente ci siamo dovute ritrovare ora, e solo ora, perché a questo punto portiamo con noi tutto il nostro bagaglio di esperienze di donne, madri, lavoratrici, problemi, casini, salute, malattie, lutti, ma possiamo confrontarci vedendo la vita con l’innocenza e la spavalda sicurezza che solo i nostri primi due lustri di vita ci hanno potuto regalare!

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