Once I was happy.....
Descrivere si può, tradurre è più complesso. Posso descrivere un avvenimento o un paesaggio, usando le parole come pennelli su una tavolozza dalle sfumature infinite così come è l’essere umano, mentre per tradurre sensazioni ed esperienze personali bisogna mettersi nei panni di chi leggerà il testo, sperando di indovinare lo stesso codice linguistico e non essere fraintesa, ma dispettosa come sono potrei gettare le parole a casaccio, così come mi vengono in mente, incurante dell’effetto. Se mi hai compreso, bene; se sei perplesso, il problema non è mio non è tuo, è solo che non abbiamo lo stesso codice.
Già. Un bel casino. Come faccio a farti immaginare l’odore dell’ufficio di mio padre, un misto di sigarette e Lectriv Shave Williams? Ma non era solo questo; c’era l’odore dell’inchiostro della stilografica, delle pagine del brogliaccio, l’odore della cella di sicurezza, l’odore delle scale, (un misto tra il disinfettante e uno straccio troppo bagnato) c’era l’odore del garage, la benzina, i fumi della campagnola prima e del pulmino, poi.
E in questo scenario, gli affetti. Familiari, innanzi tutto: io, mio padre e mia madre; poi gli ammogliati: i componenti la stazione e le loro famiglie, il mio piccolo microcosmo dai mille dialetti, dalle mie prime tre compagne di merende (o dovrei dire “di pannolone”) di cui ricordo nomi e cognomi a Castelraimondo, fino a Gabicce Mare, passando per Potenza Picena, dove ogni famiglia mi ha lasciato qualcosa: ricette regionali, battute, proverbi,tradizioni diversissime tra loro.
Dopo gli ammogliati, c’era la categoria ambitissima in ogni epoca e luogo: quella degli scapoli.
Da piccola facevo un po’ confusione fra scapole, scapoli e scapolari, la scuola e tanta lettura hanno rimesso in ordine tutti i vocaboli, comunque non divaghiamo, per me piccina, gli scapoli erano esseri favolosi dispensatori di caramelle che lavoravano e vivevano in caserma esattamente come me e che quando sparivano, ritornavano sempre dai loro paesi nativi con qualche dolce mai visto, solitamente un festival di miele e zuccherini colorati, giusto per farsi perdonare l’assenza.
Gli scapoli, poi col tempo diventavano “ammogliati” e se la moglie era della zona dove prestavano servizio, ecco che venivano trasferiti. Se invece era dei “Paesi Loro”
( termine vago per indicare il paradiso dei dolcetti di cui sopra), allora c’erano più possibilità di rimanere nella stessa località, senza grossi stravolgimenti dell’organico.
Nonostante siano trascorsi più di cinquant'anni sento ancora la sorpresa e la gioia del giorno in cui trovai all'uscita di scuola il ”mio” preferito, tornare a casa, tenendo la mia mano saldamente nella sua, zaino scolastico sulle spalle, felice e protetta, tanto che ricordo addirittura cosa aveva preparato mia mamma di buono per pranzo vista l’occasione della visita dell’ex scapolo, ormai trasferitosi con la famiglia lontano da Potenza Picena .
Quanto più m’invecchio e rifletto, tanto più scopro che non sono cambiata per niente, solo che certi atteggiamenti, col tempo e con l’esperienza li ho smussati, e capisco che sei anni non sono sedici, tanto meno sessanta.
Eppure delle costanti fisse ci sono, mi piaceva e mi piace ancora accovacciarmi su un gradino ascoltando ed osservando le persone quando parlano, così come mi piaceva quel senso di complicità che provavo, quando da ragazza chiedevo ad un provvisorio di non dire a mio padre di avermi vista in due sul motorino o a parlare con un ragazzo, men che meno fare cenno di avermi riconosciuta quando andavo a ballare di nascosto alla Baia degli Angeli, bardata con ben altri vestiti molto diversi da quelli indossati all'uscita da casa!
I provvisori erano una sottocategoria degli scapoli, presenti in servizio solitamente da giugno a settembre, per cui negli anni dell'adolescenza trascorsi a Gabicce Mare in via Trento, in estate diventavo molto popolare fra le mie compagne di scuola che si premuravano di intensificare la mia frequentazione, prediligendo non tanto le chiacchierate sedute sulla gradinata della chiesa, quanto sfacciate visite dirette a casa, buttando un occhio dal terrazzo dell’alloggio di servizio ai movimenti del piano di sotto, quello degli uffici.
I provvisori mi hanno in un certo senso rovinato la vita. Perché me l’hanno mostrata molto diversa dalla realtà. Io mi ci sono sempre relazionata come se fossero tutti fratelli miei, senza malizia, senza pensare che io avevo sedici anni e loro solo qualche anno più di me, anche perchè da parte loro sono sempre stata trattata come se fossi un maschio, con tutto il corollario di atteggiamenti e discorsi che questo comporta.
Abbiamo riso e scherzato riguardo le ragazze "che gli andavano dietro" (ah le charme merveilleux de l'uniforme!), le fidanzate lontane, i dubbi e le paure sulla tenuta di un rapporto coltivato solo a lettere e telefonate, insomma ero la confidente di tutti e tutti lo erano per me. Nessun problema, mai, anche se qualche volta mi infilavo nella camerata per fumare una sigaretta di nascosto o rincorrere qualche mitico pacchettino di dolci, di cui erano forniti anche i provvisori. E comunque, penso che si sia abbondantemente capito che la costante fissa della mia vita negli alloggi di servizio erano pane e dolci di ogni genere e ancora oggi, quando ho conoscenti che partono, la mia richiesta è sempre quella : -"Me lo porti un po' di pane delle parti tue ?"
Dalla terza superiore avevo ormai le competenze per fare la Dolmetscherin nell'ufficio di mio padre nelle denunce di furto dei vari turisti, oppure (ed era bellissimo) quando capitavano militari D/A/CH a fare scambio di mostrine e gadget vari per la loro collezione.
Mio padre mi chiamava col citofono che aveva in ufficio e io correvo di sotto. Immediatamente, così com'ero: spesso in costume con la camicia kaki addosso, o con la maglia della "Fruit of the Loom" e giustamente mi beccavo l'occhiataccia paterna che mi avrebbe voluto vedere un pochino più "composta".

Di uno di questi militari tedeschi im Urlaub an der Adria che soggiornava assieme ad altri due colleghi in un albergo vicino la caserma, m'ero presa una cotta fotonica. Peccato me la fossi presa solo io, chissà perchè, anche lui non m'aveva inquadrato come una ragazza, bensì il solito mezzo maschiaccio.
Poi esco nel mondo e penso che le cose funzionino nello stesso modo. Ma non era così. Ed è stato un adattamento doloroso quanto brusco.
Quale era il mio posto, lo sapevo già, a cosa potevo aspirare nella vita, pure. Per questo ci avevano pensato anni di frequentazioni in ospedale per le visite al mio occhietto cieco a mettermi in riga (no sport traumatici; attenzione a non affaticare l’altro occhio, quello miope, ricordati che quando cresci, i problemi cresceranno con te ). Adesso si usa dire “stare sul pezzo”, quella volta si diceva “ stare sul tuo” e io “ sul mio “ fondamentalmente ci stavo benissimo.
Solo che poi ogni tanto bisognava uscire da quel microcosmo che era la Stazione e bisognava indossare panni diversi. Che mi stavano stretti allora, figuriamoci oggi!



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