Io mi auguro che l'inventore del proverbio "Di quello che non vuoi, è sempre pieno il piatto" che io conosco in questa versione, ma mi dicono che non è l'unica, sia stato lodato,servito e riverito e abbia avuto i migliori riconoscimenti nella sue vite terrena ed ultraterrena, perchè è cosi! Accidenti se è così!
 Ed io che ho sempre criticato chi va nelle trasmissioni televisive a fare coming out of the closet  rivelando ad una sterminata platea cose che non avrebbe detto manco in confessione, sto praticamente facendo la stessa cosa nel mio blog. Devo chiedere appunto perdono ad una persona, anzi ad una categoria, anzi ad una parte di una categoria, perchè si, sarò una persona abbastanza equilibrata, che ha studiato, che si documenta ed approfondisce quando non è convinta delle proprie affermazioni, ma basta un niente per farmi ripiombare nella tristezza e nella nostalgia più sconfinata, ed è inutile aver lavorato sul proprio io per tanti anni, osservando soddisfatta le unghie che non rosico più da tanti anni, punto di arrivo di un percorso personale intrapreso senza l'apporto esterno di un aiutino psicologico, esattamente come quando smisi definitivamente di fumare 16 anni fa!

Su, non posso girare intorno alla storia, adesso tenterò di mettere in fila con parole ordinate quel guazzabuglio di emozioni negative, perchè come sempre, la mia ancora di salvezza è sempre stato lo scrivere.

La causa: portare il certificato medico di Claudio che attesta il protrarsi della convalescenza dopo l'operazione di ernia recidiva, come da prassi, presso la stazione carabinieri del luogo di residenza.

L'effetto: un capolavoro di maleducazione da parte mia.

Il fatto:  niente di che: prendere un semplice fogliettino e portarlo in via Trento, luogo dove la sottoscritta ha vissuto tutta l'adolescenza nell'alloggio di servizio proprio sopra la stazione carabinieri, assieme a mio padre e mia madre.

Non finirò mai di scrivere (e di annoiare, forse, ma ci sono tanti blog, se non ti piace questo, ciao, amen!) che piccolo microcosmo eravamo noi tre, quanto eravamo legati noi tre, quante litigate ci siamo fatti noi tre in via Trento, perchè io non posso dimenticare che ho avuto un'adolescenza bruttissima dopo un'infanzia meravigliosa (a Potenza Picena, la mitica d'età dell'oro della mia vita). Non è stata un'adolescenza da "Mulino Bianco" la mia; la storia di quegli anni, gli "anni di piombo", il mio vivere in caserma ed essere considerata in un certo modo proprio perchè come si diceva allora ero la figlia "di un servo" (di Stato), l'età, gli ormoni, la voglia e la paura di uscire da quel guscio protettivo che fino ad allora erano i miei genitori, insomma, tanti momenti felici in via Trento 25 ma proprio tanti, davvero, ma anche tanti urli, pianti e litigate. Ma chissenefrega, eravamo in tre, E LORO ERANO ANCORA VIVI.

Ormai sono passati cinque anni che mio padre non c'è più e quasi due che mia mamma l'ha raggiunto, e mi sentivo abbastanza forte da poter percorrere a piedi vie che ho praticamente rimosso e che a fatica e proprio se non posso farne a meno percorro velocemente in auto, così venerdi pomeriggio ho fatto la strada con animo fiducioso e sorriso sulle labbra. Poi, davanti alla chiesa, un profumo appena accenato d'incenso e di tigli m'ha preso a tradimento e mi sono ritrovata improvvisamente nel 1976, ragazzetta con degli orari di "libera uscita" ben precisi, e giusto per il mese di maggio, per andare al rosario, avevo quel minimino di autonomia in più, semmai, alla fine della funzione, mia mamma tornava a casa e io magari mi fermavo a parlare con le mie coetanee, e rincasavo una mezz'oretta più tardi. E come allora mi sono sentita il passo pesante e strascicato, di chi non ha voglia di ritrovarsi in camera a ripassare per l'interrogazione di tedesco, perchè le rondini garriscono in cielo, perchè ho voglia di passare davanti alle vetrine del negozio d'abbigliamento "Wak Wah", perchè sono arrivati i primi turisti stranieri della stagione, perchè a breve ci sarà la tappa del giro d'Italia "Terni-Gabicce Mare", che a me pareva un segno del destino, a Terni abitavano zii e cugini, a Gabicce noi tre, non era meravigliosa questa tappa che univa idealmente i nuclei della famiglia Staccini?

E a ben guardare, basta togliere gli occhiali e i cartelloni di quest'anno che annunciano la tappa a cronometro del Giro d'Italia Gabicce Mare - Saltara, li vedo sfocatissimi e non leggo la data, il vicoletto della chiesa è sempre lì, cosi come l'hotel Rex, manca la pensione Rio e la pensione Pic Nic, ora appartamenti, ma senza occhiali va bene così, e poi le insegne potrebbero essere non ancora state montate, in fondo è solo l'inizio di maggio, l'illusione è perfetta. Eccomi qua, sto camminando, sono poco più che le sei e mezzo di sera, ma c'è già qualche anziano che si sta cucinando la cena, e il profumo di tigli, lascia il posto all'odore di "una mulighina ad brod" (un pò di brodo), tutto come allora.

Ecco ci siamo, mamma mia, coraggio, un bel respiro, sono al bivio fra via Fiume, via De Amicis e via Trento, sarà meglio reinforcare gli occhiali ben saldi sul naso, una volta esisteva la figura del "piantone" e si poteva suonare in caserma in qualunque orario, mica lo so se trovo ancora qualcuno adesso, non mi sono informata sugli orari d'apertura.

Eccomi qua, davanti all'hotel Gabicce e mi scatta una rabbia sorda, immotivata, ce l'ho con gli alberi davanti la casa della Dora che me li ricordo appena piantati, tenerelli tenerelli, legati ad un bastone che doveva proteggere il fusto e farli andare su dritti. Accidenti che alberi che sono diventati adesso!

Se avessi una motosega invece, darei una bella potata alle due piante della ex pensione Smeraldo, che nel 1976 erano tenute con tanta cura, adesso le foglie arrivano al secondo piano, chiaramente il dondolo dove ho trascorso pomeriggi e sere non c'è più da un pezzo, il tutto è circondato da una brutta palizzata in legno.

E poi, non so perchè, saranno gli odori, saranno le voci, in ogni caso c'è qualcosa che mi fa credere che si aprirà il finestrone della cucina e mia mamma apparirà sul terrazzo e mi chiederà di venire su, anche se le serrande sono tutte chiuse, anche se non c'è più ombra della fila ordinata di piante che ornavano il terrazzo "ai miei tempi" e anche di sotto, all'ingresso della stazione, la costruzione mostra tutti i suoi anni, c'è un che di provvisorio e maltenuto, in questo periodo l'appuntato Marini, avrebbe come tutte le primavere inoltrate, rinfrescato i colori della bandiera d'Italia dei due grandi vasi di terracotta che ornavano l'ingresso, e si potava la siepe e pensare che ora Marini e la moglie sono entrambi in carrozzina, assistiti da due badanti, la Dora e il suo "Sandre" sono morti, anche la "Cina" non c'è più, manca pure Pritelli, avrei voglia di bypassare la caserma ed andare a suonare al campanello della signora Barbieri,almeno lei ancora è li, in quella curiosissima casa "a palafitta" subito dopo la caserma, dove sua figlia ed io allora ci parlavamo dalle finestre delle camere, tanto eravamo vicine (ed avevamo addirittura studiato un sistema di carrucole per passarci dalle finestre, dischi e libri)

Insomma, in manco dieci minuti (lenti) di cammino, avevo caricato una rabbia, un risentimento sterile, contro manco so io chi, comunque ero lì per consegnare 'sto benedetto certificato e allora suono il campanello. Stesso suono, stessa scampanellata imperiosa.

Si apre la porta, apro il cancelletto e sono sul secondo scalino, quando mi sento dire: "Mi chiude il cancello per cortesia? " Ma io non lo chiudo e non lo so, cosa mi scatta : uno, non lo conosco; due, manco so esattamente chi mi ha aperto perchè non l'ho guardato in faccia so che ho bofonchiato stizzita : "Devo solo consegnare questo e vado via, non ho tempo da perdere!"

Praticamente al terzo scalino ero col braccio teso a consegnare il foglio e già ero girata per andarmene, perchè non volevo far vedere che stavo piangendo a chi, non avrebbe capito che diavolo avessi, in fondo manco io lo so cosa m'era saltato in testa, m'aspettavo forse di rivedere almeno per un attimo la figura in divisa di mio padre?
 Faccio fatica a confessarlo anche a me stessa ed a scriverlo qui, ma si, per un attimo, dopo tante sensazioni del passato, si per un attimo ci ho sperato, succede, nei film succede sempre, perchè la vita è così disastrosa, sotto certi versi?

Giuro, se una persona fosse venuta in ufficio da me e si fosse comportata in maniera così "rustica" logico che il primo pensiero sarebbe stato: -"Ammazza che ignorante!"- e lo so che io con gli abitanti di via Trento 25 io sono "ignorante" a prescindere, ma è più forte di me.

E mentre tornavo a casa costeggiando il lungoporto, con le lacrime che gli occhiali scuri non riuscivano ad arginare (ma se qualcuno mi avesse fermato e chiesto qualcosa, la parte lucida di me aveva già la risposta pronta : non sto piangendo ho l' allergia ai pollini) pensavo che l'unica cura valida è andarsene, andarsene da qui, i ricordi consolano, ma i miei in un certo senso m'impediscono di vivere, tocca trovare una soluzione drastica e anche definitiva.

Una cosa è certa, io in via Trento non ci passerò mai più finchè resto qui. Per il bene di tutti e per il bene di quel minimo d'educazione che vorrei ancora mantenere.

Commenti

  1. Non c'è che dire! I vecchi ricordi fanno molto male, anche a me! E' d'obbligo cambiare posto! Chissà se ci riusciremo, ma speriamoci!

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  2. Penso che le stesse cose potrebbe provarle quasi ciascuno di noi, ovviamente riferite a luoghi e tempi diversi. I ricordi dell'infanzia e dell'adolescenza (ma più in generale del passato) suscitano quasi sempre emozioni forti, soprattutto se vissuti da soli e se riferiti a persone che non ci sono più (fisicamente o con la testa). Penso che però dovremmo accettare tutto ciò, cercando di conservare il buono del passato nella nostra mente o comunque capendo che oggi siamo quel che siamo grazie (o per colpa) di quel passato.

    Può essere molto duro, è vero, ma quel che ci può "consolare" è che praticamente tutti abbiamo emozioni di questo genere. In momenti differenti della storia tutti gli esseri umani (e anche molti animali) hanno provato, provano e proveranno queste sensazioni (o almeno i più fortunati, che hanno vissuto abbastanza per viverle). Anche se in tempi diversi, questo è CONDIVIDERE. Per cui NON SIAMO SOLI.

    Si potrebbe andar via, ma potrebbe significare una fuga da qualcosa che non possiamo fuggire. Oppure andar via potrebbe essere la scelta migliore. A questo può dar risposta solo ognuno di noi. Ma penso che accettare le cose per quel che sono, prendendo il buono e provando a migliorarci per quanto possibile, sia la cosa migliore.

    Un abbraccio

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