CON GAZA NEL CUORE !
In fondo cosa c'è di diverso? Sono qui in ferie per una settimana che ormai volge al termine a Sestino con mio marito e stiamo lavorando, come due allegri bricoleurs, ogni estate, appena si può, nella ristrutturazione dell'unica vera abitazione che riconosco come casa, intesa non come "house" ma come "home", dove ci sono gli affetti, i ricordi di almeno quattro generazioni, dove ogni mattonella mi parla del mio passato, dell'amore dei miei nonni, del bisnonno corrispondente di un giornale provinciale dell'epoca, ogni cassetto antico una scoperta, ogni estate una storia che torna alla luce.
E poi ripenso a me ragazzina, che ogni mese di luglio, fino al 1969, arrivavo con i miei genitori per un mese tondo tondo e godevo della libertà che solo un piccolo borgo può dare, perchè tutti sono parenti di tutti e non c'era adulto che non si prendesse la briga di controllarci, indifferentemente se parente diretto o no, e noi piccoli portavamo rispetto ai grandi. Nel tardo pomeriggio andavamo a prendere il latte con la bottiglia di vetro in una mano, gli spicci nell'altra e mille raccomandazioni nella testa; la sera dopo cena si poteva ancora uscire e tirare tardi a giocare a "tappo", a nascondino, o molto semplicemente seduti ad ascoltare i cugini adolescenti che raccontavano storie inverosimili.
Questa antica casa con le mura spesse un metro, è la culla della mia famiglia, generazione dopo generazione. Io torno quando posso, apro la porta e tutte le Luisarite del passato mi vengono incontro festanti e le foto dei miei antenati mi sorridono bonariamente. Ecco, io almeno una casa del genere ce l'ho. Nessuno è mai arrivato, arrogante e pretenzioso a dirmi "da oggi questa è mia, vattene".
Sono nata nel 1959, sono cresciuta come tutti nella mia generazione a pane e Anna Frank, con la visione dei film come "Kapò" , coi racconti dei nonni che la seconda guerra mondiale l'hanno combattuta, siamo cresciuti col timore dei tedeschi, tanto che mio nonno, che a quel tempo era partito volontario, quando dissi che avrei intrapreso gli studi al liceo linguistico e come prima lingua avrei avuto tedesco , lui non capì molto il discorso turistico delle orde dei tedeschi che invadevano si, ma in senso buono, la riviera Adriatica, e mi disse solo : "Vai a studiare la lingua di QUELLI LI?"
Già, quelli lì che avevano fatto tanto del male agli ebrei i quali comunque adesso vivevano felicemente in una terra tutta loro, Erez Israel.
Ero anche contenta che finalmente, dopo tanto patire, avessero avuto uno stato tutto per loro, si, dovevano ancora lottare per avere la pace, ma quando da piccola sentivo parlare e vedevo al telegiornale Moshe Dayan, Golda Meir, la guerra dei sei giorni, mi sembrava un pò una cosa tipo indiani e cow boys, dove naturalmente i bravi cow boys avrebbero vinto e annientato l'infido indiano. E poi c'era Alighiero Noschese che faceva le loro parodie in televisione, alla fine non doveva essere una cosa così terribile, se ci scherzavano su, no?
Avrei potuto rimanere serena e felice nella mia ignoranza, beandomi dei luoghi comuni, rimanendo in un limbo dove il bianco è sempre bianco, ed il nero è solo nero, nessun tipo di sfumatura è contemplata. Ma sono sempre stata molto curiosa, e appena ho potuto e mi è stato concesso, ho intrapreso lo studio delle lingue, ho aperto e non metaforicamente, una porta su un mondo che non conoscevo e le mie certezze hanno cominciato a vacillare.
La svolta è stata la prima volta negli anni '80 in Giordania. Chi mi ospitava, durante un'uscita per un escursione mi disse : "Guarda là, quello è un campo profughi palestinesi".
Un momento... i profughi di che? Chiesi, mi fu detto. E conobbi anche una signora anziana che portava con se, come il più caro dei monili, una chiave di ferro, mi disse che era quella della sua casa, da cui in maniera traumatica era stata scacciata dall'arrivo dei coloni. I coloni? Ma fermi tutti, i coloni appunto vanno a colonizzare territori incolti piegando la natura al bisogno dell'uomo, non così assaltando case già costruite ed abitate. Già avevo mal digerito il revisionismo americano, dove avevo scoperto che gli indiani in realtà non erano altro che i nativi e gli "americani", la nazione più forte del mondo, altro non era che la somma di tante e tante persone che si erano stabilite li, fuggendo fame e povertà da ogni parte del mondo, e avevano ridotto i nativi nelle riserve. Appunto. E adesso questi profughi palestinesi erano anche loro nativi come gli indiani d'America? Che confusione, che delusione...
Trascorsi molto tempo a leggere ed informarmi, lessi molti libri, come si dice "sia pro, che contro", volevo farmi un'idea personale, togliermi gli stereotipi nei quali ero cresciuta.
E' difficile sintetizzare in poche righe di questo post che razza di travaglio interiore abbia vissuto, spogliandomi piano piano delle mie certezze granitiche, comunque, non è stata una curiosità momentanea, ho passato anni ad informarmi, il tempo è trascorso, mi sono sposata, sono arrivati i figli, che al momento opportuno, nei vari periodi scolastici, mi hanno chiesto, e gli ho risposto con quello che avevo imparato.
...Così come venne fatto con me, MA mostrando loro oltre alle nostre televisioni, anche le televisioni degli altri, i giornali degli altri, il loro punto di vista. La soddisfazione più grande, quando la mia primogenita portò una tesina all'esame di terza media, parlando a tutto campo della Palestina, della letteratura, della cucina, delle arti del ricamo, una tesi fatta col cuore e che ancora conservo gelosamente.
Non mi sembra comunque che le nuove generazioni siano predisposte alla comprensione, all'empatia, tuttora adesso, nel terzo millennio, il ragionamento è stringato : "Gli tirano le bombe? Eh se lo meritano! Loro tirano i razzi!" Così ci lasciamo foderare il cervello da quanto trasmette la nostra tivvù e da quel che scrivono i nostri giornali, ma nessuno, nessuno, nessuno, possibile nessuno pensi a cosa potrebbe essere la nostra storia, se una bella mattina,dopo chissà quale guerra, qualcuno decidesse a tavolino, di tirare una linea netta in una mappa geografica dell'Italia, e regalare il nostro territorio, a qualcun altro e autorizzare un esodo di massa, dividendo famiglie, costringendoci a vivere in campi di fortuna, alla mercè degli aiuti umanitari, a permetterci di lavorare uscendo da quel ristretto territorio rimasto solo con infinite autorizzazioni, vessandoci in ogni modo e se qualcuno esasperato, alza la testa, giù repressione, giusta repressione, perchè non ci meritiamo nulla di più! Non c'è rimasto più nessuno che ragioni e che abbia empatia su questa terra?
Eppure in un certo senso, anche NOI abbiamo avuto la nostra diaspora. Avevamo alle elementari un maestro eccezionale, profugo istriano, e lo guardavamo con rispetto. Profugo. Uno che aveva tutto e quel tutto l'aveva dovuto lasciare agli altri e andarsene per salvarsi la vita.
Una ragazzina, a cui facevo ripetizione, tanti anni fa, una volta mi chiese e io le spiegai: - "Immaginati a scuola con la tua compagna di banco, lei inizia a punzecchiarti e ti fa i dispetti, ti straccia i quaderni, ti mangia la merenda ma se tu reagisci per farla smettere, è solo te l'insegnante che vede, sei solo te quella che sarà punita. E se tu cerchi di spiegare le tue ragioni, l'insegnante ti darà contro e magari ti manderà pure dal preside con una nota" Stringato, riduttivo, ma il concetto venne compreso.
Io ho la casa dei miei antenati... c'è gente che non ha più neanche la chiave della propria casa. Dormirete sereni stasera, dopo la dose quotidiana di notizie ben calibrate dai nostra media oppure questo post vi avrà fatto venire la voglia di capire qualcosa di più, al di là del proprio naso ?
E poi ripenso a me ragazzina, che ogni mese di luglio, fino al 1969, arrivavo con i miei genitori per un mese tondo tondo e godevo della libertà che solo un piccolo borgo può dare, perchè tutti sono parenti di tutti e non c'era adulto che non si prendesse la briga di controllarci, indifferentemente se parente diretto o no, e noi piccoli portavamo rispetto ai grandi. Nel tardo pomeriggio andavamo a prendere il latte con la bottiglia di vetro in una mano, gli spicci nell'altra e mille raccomandazioni nella testa; la sera dopo cena si poteva ancora uscire e tirare tardi a giocare a "tappo", a nascondino, o molto semplicemente seduti ad ascoltare i cugini adolescenti che raccontavano storie inverosimili.
Questa antica casa con le mura spesse un metro, è la culla della mia famiglia, generazione dopo generazione. Io torno quando posso, apro la porta e tutte le Luisarite del passato mi vengono incontro festanti e le foto dei miei antenati mi sorridono bonariamente. Ecco, io almeno una casa del genere ce l'ho. Nessuno è mai arrivato, arrogante e pretenzioso a dirmi "da oggi questa è mia, vattene".
Sono nata nel 1959, sono cresciuta come tutti nella mia generazione a pane e Anna Frank, con la visione dei film come "Kapò" , coi racconti dei nonni che la seconda guerra mondiale l'hanno combattuta, siamo cresciuti col timore dei tedeschi, tanto che mio nonno, che a quel tempo era partito volontario, quando dissi che avrei intrapreso gli studi al liceo linguistico e come prima lingua avrei avuto tedesco , lui non capì molto il discorso turistico delle orde dei tedeschi che invadevano si, ma in senso buono, la riviera Adriatica, e mi disse solo : "Vai a studiare la lingua di QUELLI LI?"
Già, quelli lì che avevano fatto tanto del male agli ebrei i quali comunque adesso vivevano felicemente in una terra tutta loro, Erez Israel.
Ero anche contenta che finalmente, dopo tanto patire, avessero avuto uno stato tutto per loro, si, dovevano ancora lottare per avere la pace, ma quando da piccola sentivo parlare e vedevo al telegiornale Moshe Dayan, Golda Meir, la guerra dei sei giorni, mi sembrava un pò una cosa tipo indiani e cow boys, dove naturalmente i bravi cow boys avrebbero vinto e annientato l'infido indiano. E poi c'era Alighiero Noschese che faceva le loro parodie in televisione, alla fine non doveva essere una cosa così terribile, se ci scherzavano su, no?
Avrei potuto rimanere serena e felice nella mia ignoranza, beandomi dei luoghi comuni, rimanendo in un limbo dove il bianco è sempre bianco, ed il nero è solo nero, nessun tipo di sfumatura è contemplata. Ma sono sempre stata molto curiosa, e appena ho potuto e mi è stato concesso, ho intrapreso lo studio delle lingue, ho aperto e non metaforicamente, una porta su un mondo che non conoscevo e le mie certezze hanno cominciato a vacillare.
La svolta è stata la prima volta negli anni '80 in Giordania. Chi mi ospitava, durante un'uscita per un escursione mi disse : "Guarda là, quello è un campo profughi palestinesi".
Un momento... i profughi di che? Chiesi, mi fu detto. E conobbi anche una signora anziana che portava con se, come il più caro dei monili, una chiave di ferro, mi disse che era quella della sua casa, da cui in maniera traumatica era stata scacciata dall'arrivo dei coloni. I coloni? Ma fermi tutti, i coloni appunto vanno a colonizzare territori incolti piegando la natura al bisogno dell'uomo, non così assaltando case già costruite ed abitate. Già avevo mal digerito il revisionismo americano, dove avevo scoperto che gli indiani in realtà non erano altro che i nativi e gli "americani", la nazione più forte del mondo, altro non era che la somma di tante e tante persone che si erano stabilite li, fuggendo fame e povertà da ogni parte del mondo, e avevano ridotto i nativi nelle riserve. Appunto. E adesso questi profughi palestinesi erano anche loro nativi come gli indiani d'America? Che confusione, che delusione...
Trascorsi molto tempo a leggere ed informarmi, lessi molti libri, come si dice "sia pro, che contro", volevo farmi un'idea personale, togliermi gli stereotipi nei quali ero cresciuta.
E' difficile sintetizzare in poche righe di questo post che razza di travaglio interiore abbia vissuto, spogliandomi piano piano delle mie certezze granitiche, comunque, non è stata una curiosità momentanea, ho passato anni ad informarmi, il tempo è trascorso, mi sono sposata, sono arrivati i figli, che al momento opportuno, nei vari periodi scolastici, mi hanno chiesto, e gli ho risposto con quello che avevo imparato.
...Così come venne fatto con me, MA mostrando loro oltre alle nostre televisioni, anche le televisioni degli altri, i giornali degli altri, il loro punto di vista. La soddisfazione più grande, quando la mia primogenita portò una tesina all'esame di terza media, parlando a tutto campo della Palestina, della letteratura, della cucina, delle arti del ricamo, una tesi fatta col cuore e che ancora conservo gelosamente.
Non mi sembra comunque che le nuove generazioni siano predisposte alla comprensione, all'empatia, tuttora adesso, nel terzo millennio, il ragionamento è stringato : "Gli tirano le bombe? Eh se lo meritano! Loro tirano i razzi!" Così ci lasciamo foderare il cervello da quanto trasmette la nostra tivvù e da quel che scrivono i nostri giornali, ma nessuno, nessuno, nessuno, possibile nessuno pensi a cosa potrebbe essere la nostra storia, se una bella mattina,dopo chissà quale guerra, qualcuno decidesse a tavolino, di tirare una linea netta in una mappa geografica dell'Italia, e regalare il nostro territorio, a qualcun altro e autorizzare un esodo di massa, dividendo famiglie, costringendoci a vivere in campi di fortuna, alla mercè degli aiuti umanitari, a permetterci di lavorare uscendo da quel ristretto territorio rimasto solo con infinite autorizzazioni, vessandoci in ogni modo e se qualcuno esasperato, alza la testa, giù repressione, giusta repressione, perchè non ci meritiamo nulla di più! Non c'è rimasto più nessuno che ragioni e che abbia empatia su questa terra?
Eppure in un certo senso, anche NOI abbiamo avuto la nostra diaspora. Avevamo alle elementari un maestro eccezionale, profugo istriano, e lo guardavamo con rispetto. Profugo. Uno che aveva tutto e quel tutto l'aveva dovuto lasciare agli altri e andarsene per salvarsi la vita.
Una ragazzina, a cui facevo ripetizione, tanti anni fa, una volta mi chiese e io le spiegai: - "Immaginati a scuola con la tua compagna di banco, lei inizia a punzecchiarti e ti fa i dispetti, ti straccia i quaderni, ti mangia la merenda ma se tu reagisci per farla smettere, è solo te l'insegnante che vede, sei solo te quella che sarà punita. E se tu cerchi di spiegare le tue ragioni, l'insegnante ti darà contro e magari ti manderà pure dal preside con una nota" Stringato, riduttivo, ma il concetto venne compreso.
Io ho la casa dei miei antenati... c'è gente che non ha più neanche la chiave della propria casa. Dormirete sereni stasera, dopo la dose quotidiana di notizie ben calibrate dai nostra media oppure questo post vi avrà fatto venire la voglia di capire qualcosa di più, al di là del proprio naso ?


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